LA CASA SUL FILO

suggerimenti per un percorso di educazione antiviolenta

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“Vivendo nel mondo moderno, vestiti, coperti [...] è facile per noi perdere di vista la reale costituzione del corpo umano [...]. Il bambino ha bisogno di vedere i cambiamenti della forma del corpo, il graduale sviluppo dei genitali, i peli che spuntano sul petto e sotto le ascelle, la prima soffice lanugine che nessun rasoio riesce a tagliare, per collegare se stesso, ancora piccolo e non sviluppato con l’uomo che egli dovrà diventare. E la bambina, per essere ugualmente rassicurata, deve sentirsi parte di una serie di momenti dalla ragazza nubile dal seno appena segnato, alla giovane donna matura, alla donna da poco incinta, a quella in gravidanza avanzata, alla puerpera e alla madre che allatta. Questo avviene nelle società primitive, dove il corpo è quasi scoperto, e la maggior parte dei principali cambiamenti fisici sono evidenti agli occhi dei bambini”.
Margaret Mead, Maschio e femmina (1949)

 

“Dobbiamo inoltre trovare, ritrovare, inventare le parole, le frasi che dicono il rapporto più arcaico e più attuale con il corpo della madre, con il nostro corpo, le frasi che traducono il legame con il suo corpo, il nostro, quello delle nostre figlie. Dobbiamo scoprire un linguaggio che non si sostituisca al corpo a corpo, il nostro, come tenta di fare la lingua paterna, ma che lo accompagni, parole che non escludono il corpo, ma che parlino corpo”.
Luce Irigaray, Sessi e genealogie (1987)

 

“La prima prova di esistenza è occupare uno spazio”.
Le Corbusier, Verso una architettura (1923)

 

“Bisogna sempre tener presente che non soltanto l’uomo possiede un corpo, che non basta sapere come è fatto questo corpo, ma che egli è sempre, in qualche maniera, corpo. Ciò non vuol dire soltanto che l’uomo vive col corpo, ma anche che egli di continuo parla e si esprime corporalmente”.
Ludwig Binswanger, Per un antropologia fenomenologica (1970)

 

“Da un lato il mio corpo non è che una cosa tra le altre cose; ma dall’altro è ciò che anzitutto mi permette di accedere al mondo delle cose [...] anzi fa molto di più, dà forma e struttura a gran parte del mondo che incontra”.
George Downing, Il corpo e la parola (1995)

 

“Era un mondo materiale, fin troppo materiale a confronto dell’indistinto virtuale contemporaneo, quando il corpo e la sua fisicità mantenevano una particolare centratura, una necessaria essenzialità, nel bene e nel male, perché il corpo, quello trans specialmente, era negato, vietato, perseguitato. Su quel corpo negato, le legittime proprietarie sperimentavano, producevano saperi, conoscenza, liberazione. […] Era corpo produttivo di senso e significato, era un corpo significante sul quale e col quale si collaudavano sensazionali forme di fisicità, sessualità e sensualità che, uscite dalle gabbie secolari, gioivano favolose. Si ricercava, si sperimentava un nuovo modo di essere corpo, attraverso la riappropriazione del proprio, che smetteva di essere riproduttore di logiche altre ed estranianti, avviando la costruzione di benessere. Stare bene con il proprio corpo. Realizzare, rendere possibile il corpo sognato. Quel corpo che si stava liberando, che si era liberato costruendo transiti possibili”.
Porpora Marcasciano, L’aurora delle transcattive (2018)

 

“Il corpo ha una sua dimensione imprescindibilmente pubblica; il mio corpo, strutturato socialmente nella sfera pubblica, mi appartiene in modo sempre precario. Consegnato sin dall’inizio a un mondo fatto da altri, esso porta con sé la loro traccia, poiché è proprio tra gli altri, nella vita sociale, che esso si è costituito; solo in un secondo tempo, e forse provvisoriamente, diventerà il corpo per il quale potrò avanzare dei diritti”.
Judith Butler, Fare e disfare il genere (2004)

 

“Il fatto di avere, essere un corpo, è in realtà la prima e fondamentale posizione; ripensare il corpo in quanto luogo primario è il punto di partenza da cui sviluppare l’aspetto epistemologico della ‘politica del posizionamento’”.
Rosi Braidotti, Femminismo, corporeità e differenza sessuale (1993)

 

“A mio parere, dovremmo pensare alla donna come a una mappa di similarità e differenze che si intrecciano vicendevolmente. All’interno di questa mappa il corpo non scompare, anzi, diventa una precisa variabile storica a cui vanno riconosciuti significati e valori potenzialmente diversi”.
Linda Nicholson, Per una interpretazione di “genere” (1996)

 

“Essendo sempre già un segno culturale, il corpo pone dei limiti ai significati immaginari cui dà origine, ma non è mai libero da una costruzione immaginaria”.
Judith Butler, Questione di genere. Il femminismo e la sovversione dell’identità (1999)

 

“Il sistema ‘immagine corporea’ organizza l’attività corporea in modo da renderla corrispondente a sé medesima. [...] In questo senso intendiamo il termine circolarità, per cui il corpo riproduce l’immagine corporea che a sua volta è stata costruita su informazioni a partenza dal corpo stesso. [...] Il corpo è la rappresentazione della rappresentazione del corpo, cioè dell’immagine corporea [...]. Questo meccanismo del mantenimento nel tempo della corrispondenza tra rappresentazione corticola ed esperienza concreta (universo sensoriale, ecc.) è secondo noi la base dell’identità”.
Vezio Ruggieri e Anna Rita Ravenna, Transessualismo e identità di genere (1999)

 

“Me lo possono dire mille volte che io non esisto come centro, che non ho baricentro, che sono l’insieme della mie frammentazioni, ma io sento di essere il mio corpo, di avere uno sfondo di interezza nel mio sé certamente costruito dalla cultura, ma nella mia esperienza più viva, più ineliminabile, più incapace di dirsi, io sento che questa esperienza è il mio me, il mio sé. Completamente carnale, calato nell’affettività, nella sensibilità, non solo nella mente, e voglio che questo ingenuamente non sia tutto giocato nella partita a scacchi del discorso: sforziamoci di dire questa intima esperienza, questa singolarità”.
Adriana Cavarero, Il tramonto del soggetto e l’alba della soggettività femminile (1993)

 

“La fluidità relazionale e la connettività che si realizzano nella rete segnano oramai la possibilità di pensare operativamente il corpo senza organi come una neo-realtà. Momento di realizzazione di un soggetto compiutamente post-identitario (ed è proprio questa compiutezza che dovrebbe inquietare chi ne trae auspicio in termini di liberazione, giacché in essa si manifesta l’aporia di un neo-identitarismo sempre possibile) festa di una onnilateralità pratica delle facoltà soggettive, la rete è anche senza passaggi né soluzioni di continuità lo strumento attraverso cui per contro è possibile veicolare il più formidabile  programma di controllo, classificazione e archiviazione dei corpi. Comportamenti e profili di consumo, stili di vita, di opinione entrano come materia disposta, e in misura tale da rendere oramai obsoleti i tradizionali strumenti di rilevazione, in un importante data-base informativo. […] Il corpo diviene un soggetto di informazione; informazione attiva e passiva quali segmenti coassiali di una comunicazione generalizzata. Soggetti trasparenti, corpi trasparenti, che la voluta distorsione dell’avatar non salva, e dunque sottoposti, nel momento stesso dell’esercizio della propria libertà, al panopticon della loro visibilità totale”.
Fabrizia Di Stefano, Il corpo senza qualità. Arcipelago queer (2010)

 

“Lo slegare l’anima dal corpo [...] appartiene alla filosofia, ai discorsi riservati agli uomini, il legarli insieme [...], appartiene alle donne [...] il corporeo si annoda all’anima, e soprattutto a quella parte dell’anima che più di ogni altra il filosofo vuole slegare dal corpo, ossia il pensiero”.
Adriana Cavarero, Nonostante Platone (1990)

 

“La produzione di un’esperienza unitaria non va intesa come un semplice collage di parti: essa è sostenuta da un sorta di ipotetica ‘pulsione istintuale’ verso l’unità... La componente di piacere cosiddetta narcisistica [...] è per così dire il collante che contribuisce a dare unità all’esperienza corporea [...]. L’esperienza del piacere [...] favorisce quel processo di integrazione che abbiamo chiamato Io, processo che consente di sostenere l’intensità emotiva delle esperienze a livelli sempre più elevati man mano che aumenta la sua coesione. L’esperienza del piacere sessuale, per esempio, soprattutto del suo livello più intenso, l’orgasmo, è possibile soltanto se una persona ha un vissuto di identità stabile: è questa stabilità che le consente, almeno per alcuni istanti, di abbandonarsi senza paura di disintegrarsi”.
Vezio Ruggieri e Anna Rita Ravenna, Transessualismo e identità di genere (1999)

 

“Mi sono convinta […] che la biologia femminile – la sensualità diffusa, intensa di clitoride, seno, utero, vagina; i cicli lunari delle mestruazioni; la gestazione e la creazione di vita che può aver luogo nel corpo femminile – abbia implicazioni molto più radicali di quanto oggi ci si renda conto. Il pensiero patriarcale ha limitato la biologia femminile alle sue qualità più ristrette. La visione femminista, per questi motivi, si è sottratta alla biologia femminile; potrà, ritengo, giungere a considerare il nostro corpo come una risorsa piuttosto che un destino. Per vivere una vita pienamente umana dobbiamo avere non solo il controllo del nostro corpo (anche se tale controllo è fondamentale) ma dobbiamo toccare l’unità e la risonanza del nostro fisico, il nostro legame con l’ordine naturale, il territorio corporeo della nostra intelligenza”.
Adrienne Rich, Nato di donna (1976)

 

“Se la donna è natura non può che essere la storia del suo corpo. Ma di un corpo di cui essa non è mai padrona (perché esiste solo in quanto oggetto per altri o in funzione d’altri), attorno al quale si incentra una vita che non può che essere la storia di una espropriazione. Ma si tratta del corpo naturale o del corpo storicamente determinato? E che rapporto ha questa espropriazione con la natura? L’essere considerata corpo per altri (per l’uomo e per la procreazione) è ciò che ha impedito alla donna di essere un soggetto storico - sociale, in quanto tutta la sua soggettività è stata ridotta e imprigionata in una sessualità essenzialmente per altri e in funzione della riproduzione”.
Françoise Dolto, Il desiderio femminile (1994)

 

“L’antica, persistente invidia e paura del maschio per la capacità femminile di creare la vita ha ripetutamente preso forma di odio per ogni altro aspetto della creatività femminile. Non solo ci è stato detto che le nostre creazioni intellettuali o estetiche erano fuori luogo, inconsistenti o scandalose, un tentativo di ‘diventare come gli uomini’, o di sottrarci al 'vero' compito della femminilità adulta: matrimonio e procreazione. Il 'pensare come un uomo' è stato elogio e prigione per le donne che cercavano di sfuggire alla trappola del corpo. Non c’è da stupirsi che molte donne intellettuali e artiste abbiano insistito sul fatto di essere per prima cosa 'esseri umani' e solo incidentalmente donne, abbiano minimizzato il loro fatto biologico e i loro legami con le altre donne. Il corpo è stato reso così problematico per le donne che spesso è sembrato più facile scrollarselo di dosso per presentarsi come spirito disincarnato”.
Adrienne Rich, Nato di donna (1976)

 

“Man mano che mi addentravo nella storia del corpo – in particolare delle 'parti femminili' – capivo sempre più chiaramente che a questo proposito ci sono due storie da raccontare. La prima è la storia della superficie, dello sguardo medico, religioso, artistico – sia femminile sia maschile – sulla carne. La seconda è la storia del sentire e del vedere all’interno, ovvero la storia dell’esperienza ‘nell’oscurità sotto la pelle’”.
Barbara Duden, Il corpo della donna come luogo pubblico. Sull’abuso del concetto di vita (1991)

 

“Il riprodursi storico del controllo come dominio ha operato nel senso di rimuovere noi uomini da ogni contatto corrente con la vita emotiva e somatica. L’abitudine a trattare il corpo come una macchina, acquisita con l’educazione, ha stabilito una netta divisione fra la sessualità maschile e l’emotività. Spesso è la paura di perdere il controllo a giustificare sia il carattere strumentale delle azioni degli uomini che la forza delle teorie che emarginano la vita emotiva”.
Victor Seidler, Riscoprire la mascolinità (1989)

 

“Se certe costruzioni sembrano fondamentali, cioè hanno la caratteristica di essere ciò ‘senza il quale’ non potremmo pensare affatto, potremmo dire che i corpi appaiono, sopportano e vivono soltanto entro le coercizioni produttive di certi schemi regolativi fortemente caratterizzati dal genere. […] Affermare che il sesso è già generato, già costruito, non è ancora  spiegare in che modo la ‘materialità’ del sesso è prodotta a forza. Quali sono le coercizioni che materializzano i corpi come ‘sessuati’, e come dobbiamo interpretare la ‘materia’ del sesso, e dei corpi in genere, quale delimitazione ripetuta e violenta dell’intellegibilità culturale? Quali corpi acquistano importanza e perché?”.
Judith Butler, Corpi che contano. I limiti discorsivi del “sesso” (1997)

 

“Oggi, in una comunità trans decuplicata rispetto a prima, sono tante, direi troppe le persone che, come le termiti, costruiscono muri e fortezze intorno a sé. Insistendo con enfasi sulla definizione di corpo sbagliato lo medicalizzano, rendendolo patologico. Si tratta di un processo lento e subdolo di ridefinizione e di risignificazione di quella fisicità che si era liberata finalmente dai mille legacci. Tutto il discorso sembra ruotare intorno all’errore da correggere, dimenticando che l’artefice o la causa di quello sbaglio è il sistema. Lo sbaglio non è fisico ma culturale. Troppo spesso sento declinare la parola ‘normale’ da coloro che da quella stessa declinazione sono stati storicamente esclusi. Il voler essere normali – che coincide pari pari con l’essere normati – tende a un’integrazione irrealizzabile, almeno nei termini uomo-donna, e in termini di ruoli che sono sostanzialmente riproduttori del sistema binario rigido esclusivo quale è quello vigente. Per la maggioranza delle persone trans non passa più per l’anticamera del cervello dirsi trans, donna trans, uomo trans, o qualsiasi altro aggettivo che richiami alla preziosa esperienza, quanto piuttosto c’è una smania ossessiva di liberarsene”.
Porpora Marcasciano, L’aurora delle transcattive (2018)

 

“Nei nostri corpi e nelle nostre menti siamo costrette e costretti a corrispondere, in ogni singola caratteristica, all’idea di natura che è stata stabilita per noi […], ‘uomini’ e ‘donne’ sono categorie politiche e non fatti naturali”.
Monique Wittig, One is Not Born a Woman (1981)

 

“Il corpo, e tutte le vicende che lo attraversano – nascita, morte, sessualità, maternità, malattia, invecchiamento, ecc. – non è più il rimosso della sfera pubblica, la parte, pur essenziale, dei bisogni e dei comportamenti umani che è stata svalutata, perché più vicina alla natura, a pulsioni incontrollabili, consegnata al sesso femminile come destino, sottoposta a un potere patriarcale più feroce e illimitato di quello pubblico. Particolarmente sovraesposto è il corpo femminile come corpo vittima di violenza manifesta e psicologica – stupri, maltrattamenti, omicidi domestici, molestie, finalmente denunciati dalle donne stesse – ma anche come corpo al centro di forme di prostituzione più o meno esplicite: corpo mercificato, usato come ‘risorsa’, ‘capitale’ che le donne impugnano a proprio vantaggio scambiandolo con carriere, denaro, successo”.
Lea Melandri, Lo spazio pubblico si femminilizza ma scompare il conflitto tra i sessi (2010)

 

“Chiediamo allo Stato di non interferire con le sue leggi sui nostri corpi, ma pretendiamo anche che i principi di sicurezza e di integrità dei corpi vengano accolti come istanze politiche, tuttavia, è proprio attraverso il corpo che il genere e la sessualità sono esposti agli altri, implicati nei processi sociali, marchiati di norme culturali e sussunti nei loro significati sociali. In un certo senso, essere un corpo significa essere esposto agli altri, anche quando un corpo è chiaramente il proprio, quello per il quale noi rivendichiamo i diritti di autodeterminazione”.
Judith Butler, Fare e disfare il genere (2004)


“È importante che teniamo i nostri corpi custoditi, pur facendoli uscire dal silenzio e dall’asservimento. Storicamente noi siamo le custodi della carne e non dobbiamo abbandonare questa custodia, ma identificarla come nostra, invitando gli uomini a non fare di noi il ‘loro corpo’, una garanzia di corpo per loro. La loro libido spesso ha bisogno di qualche una (donna-madre) che custodisca il loro corpo”.
Luce Irigaray, Sessi e genealogie (1987)

 

“Se si considera che non è possibile fare esperienza del corpo umano senza ricorrere a una qualche forma di idealizzazione, a una qualche cornice in cui collocare l’esperienza stessa, e ciò vale sia per quanto riguarda l’esperienza del proprio corpo, sia per quanto riguarda l’esperienza del corpo altrui, e se si accetta il fatto che tale idealizzazione e tale cornice sono socialmente articolate, è possibile constatare che la corporeità non è pensabile se non in relazione a una norma o a un insieme di norme. […] Un rapporto incarnato con la norma esercita un potenziale trasformativo. Presupporre possibilità che vadano oltre la norma o, meglio, immaginare un futuro diverso per la norma fa parte del lavoro della fantasia, dove fantasia equivale a pensare il corpo come punto di partenza di un’articolazione non più limitata al corpo così com’è”.
Judith Butler, Fare e disfare il genere (2004)

 

Corpo e violenza maschile contro le donne

“Vivere in un corpo femminile è sempre stato un rischio, ma il pericolo aumenta se a questo corpo si vuole dare autonomia e naturalezza, poiché l’esercizio, da parte di una donna, della pro­pria libertà di esistere è vissuta dall’uomo come una sfida, un am­mutinamento che necessita di una risposta immediata e punitiva. La donna nasce e cresce in un’atmosfera di intimidazione, che fa sì che sviluppi la percezione che niente le appartenga e tanto meno il suo corpo. Ella si forma in una quotidianità subdolamen­te violenta in cui l’ambiguità degli sguardi, del linguaggio e dei comportamenti definisce gli angusti limiti del suo esistere. Una consuetudine insidiosa e reificante mira a negarle la possibilità di cogliere il vero significato del proprio corpo, le impone di vivere in esso come in un ‘sacco vuoto’ colmo delle proiezioni maschili. Ma se questa è storia secolare, ciò che è inedito nell’attuale condizione femminile è l’estrema confusione, il profondo disagio sperimentato dalle donne nel confrontarsi non solo con la propria femminilità ritrovata, ma anche con tutte le identità vecchie e nuove che di essa fanno parte”.
Lara Scarsella, Dovere di stupro (1992)

 

“La carezza è gesto-parola che oltrepassa l’orizzonte o la distanza dell’intimità con sé. È vero per chi è accarezzato, toccato, per chi è avvicinato... ma è vero anche per chi accarezza, per chi tocca e accetta di allontanarsi da sé per questo. Allora il gesto di chi accarezza non è cattura, possesso, sottomissione della libertà dell’altro affascinata da me nel suo corpo”.
Luce Irigaray, Essere due (1994)

 

“Un uomo di corporatura normale che riceva una violenza da una donna di corporatura normale può sempre, se vuole, reagire con altrettanta o maggiore violenza. Al contrario, l’esperienza del subire violenza per la donna è un’esperienza di sopraffazione totale. La disparità tra la massa mu­scolare maschile e quella femminile rende impossibile un conflitto alla pari: per l’uomo è sempre possibile soverchiare la donna, mentre di fronte alla violenza maschile la donna è impotente. Atti di violenza di identica intensità ed estensione costituiscono esperienze del tutto diverse se a subirli è una donna da parte di un uomo, o vi­ceversa, un uomo da parte di una donna. L’atto di violenza nella coppia è sessuato, nel senso che la sua natura è diversa a seconda che sia perpetrato dall’uomo sulla donna o viceversa. Non si tratta soltanto di una diversità soggettiva, relativa alla per­cezione diversa che maschio o femmina hanno di atti di uguali di­mensioni oggettive, ma di una vera e propria diversità oggettiva dei due tipi di azioni, come oggettivamente diversa è la corporatura de­gli individui dei due sessi”.
Piera Serra, Donne vittime di violenza di fronte agli psicoterapeuti (2002)