LA CASA SUL FILO

suggerimenti per un percorso di educazione antiviolenta

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I Introduzione

La violenza è una forma della comunicazione/azione volta a costringere coloro su cui viene esercitata a controvertire la propria intenzione o ad agire contro la propria volontà. La violenza si manifesta sia come volontà di autoaffermazione individuale o di gruppo, sia come incapacità di tollerare la frustrazione legata allo scarto tra desideri e loro realizzazione.

 

II La prospettiva degli studi di genere

Gli studi femministi, maturati soprattutto nel contesto dei percorsi politici legati all’accoglienza delle donne che hanno subito VIOLENZA dai propri partner (CENTRI ANTIVIOLENZA/CASE RIFUGIO), riconducono la VIOLENZA contro le donne alla responsabilità maschile, che è responsabilità individuale, innanzitutto, ma che è anche responsabilità sociale e politica, se si intende il sistema culturale (PATRIARCATO) che la produce e la avvalla. Parlare di VIOLENZA di GENERE significa riconoscere che esiste un tipo di VIOLENZA rivolto specificamente alle donne in quanto donne. La VIOLENZA di GENERE è sostenuta da un’idea di inferiorità e subalternità delle donne che giustifica diverse forme di sopraffazione fino al femicidio.

 

III La violenza maschile contro le donne

All’inizio degli anni Novanta viene approvata la seconda Convenzione sull'eliminazione di ogni forma di discriminazione della donna (CEDAW2), la quale afferma che la VIOLENZA contro le donne (gender-based violence) le colpisce in quanto donne, mettendo in luce il legame tra violenze e discriminazioni. Infatti la VIOLENZA “compromette seriamente la possibilità per le donne di godere pienamente dei diritti e delle libertà su un piano di uguaglianza con gli uomini”. Un passaggio decisivo nel riconoscimento della VIOLENZA contro le donne come dato sociale strutturale avviene con la “Dichiarazione sull’Eliminazione della violenza contro le donne” adottata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel dicembre 1993. In essa viene definito cosa è la “VIOLENZA contro le donne”, come si manifesta e in quali ambiti viene perpetrata, definizioni che vanno a costituire un punto di riferimento fondamentale per tutti gli Stati e le società civili e il principio per lo sviluppo di una cultura comune. Secondo questo documento VIOLENZA di GENERE è quel particolare tipo di VIOLENZA le cui radici sono da rintracciare nelle disparità di POTERE esistenti fra donne e uomini in tutti i campi: culturale, politico, economico, sociale. In questa definizione il GENERE è assunto come “categoria costitutiva e interpretativa del fenomeno”.

Dai documenti internazionali l’espressione VIOLENZA di GENERE si introduce progressivamente anche nel linguaggio del nostro Paese. Nel corso degli anni Novanta e soprattutto dopo il 2000 tale espressione viene a indicare, con maggiore densità di significato, la “VIOLENZA contro le donne in quanto basata sul GENERE”. 

La VIOLENZA sulle donne si fonda sulla subalternità delle donne, acquisita come “naturale” rispetto agli uomini nelle relazioni intime, e sulla conseguente disparità di POTERE tra i generi. Essa è sostenuta in modi diversi nelle diverse culture che mantengono, più o meno esplicitamente, un ordine gerarchico patriarcale (PATRIARCATO).  Si conta che una donna su quattro subisca, o abbia subito, VIOLENZA nell’ambito di una RELAZIONE affettiva con un uomo. La VIOLENZA sulle donne è il fenomeno che indica la persistente subalternità femminile su larga scala nelle società moderne, anche se vi è stato un apprezzabile sforzo di consapevolezza. La punta d’iceberg della VIOLENZA è il femicidio per il quale in Italia ogni anno vengono uccise, da partner o ex, più di cento donne.

All’articolo 12 della Convenzione di Istanbul (rattificato in Italia con la Legge 77 del 27 giugno 2013) la VIOLENZA maschile contro le donne viene definita una questione sociale, culturale, sistemica e strutturale che nasce e si nutre sulla disparità di POTERE tra i sessi (SESSO/SESSUALITÀ).

Secondo un gruppo di esperte/i che hanno lavorato per il Consiglio d’Europa (Council of Europe - Group of specialists for combating violence against women, Final Report of Activities), quando si parla di VIOLENZA contro le donne è importante avere sempre presente che:
- la VIOLENZA contro le donne è una VIOLENZA di GENERE riconosciuta oggi dalla comunità internazionale come una violazione fondamentale dei diritti umani;
- alcune forme di VIOLENZA si ritrovano in molte culture;
- spesso la VIOLENZA agita contro le donne è una combinazione di diversi tipi di violenze (un esempio è rappresentato dalla VIOLENZA domestica dove intervengono generalmente VIOLENZA fisica, psicologica, sessuale, economica e a volte spirituale);
- violenze diverse possono essere fra loro connesse (la VIOLENZA contro le figlie e i figli, ad esempio, è spesso accompagnata da VIOLENZA contro la madre);
- la posizione degli uomini e delle donne rispetto a questo fenomeno non è equivalente: le donne figurano molto più spesso come vittime e gli uomini come responsabili e alcune forme di VIOLENZA (per esempio lo stupro) vengono agite quasi esclusivamente sulle donne;
- la VIOLENZA può assumere forme diverse e accadere in molti contesti e relazioni (RELAZIONE).

Alla metà degli anni Settanta il movimento delle donne (FEMMINISMO) ha iniziato a organizzarsi contro la VIOLENZA maschile. Cominciò a essere chiaramente avvertita allora, da parte delle donne, la necessità di far esplodere “le mura dei luoghi comuni” all’interno delle quali erano state fatte soffocare ingiustizie e soprusi. Significativo è stato il fatto che, nel giro di pochi anni, il numero delle donne che querelavano il marito, e decidevano di separarsi o di divorziare, per percosse, sono aumentate, e sempre meno provavano vergogna a denunciare casi di stupro e di incesto. I processi, molto spesso, sono stati processi politici. Le donne hanno chiamato in causa tanto lo Stato quanto gli uomini. E questo è avvenuto sia nei processi per stupro, sia in quelli per incesto, sia in quelli “minori” per percosse, minacce, ricatti, violenze varie. Attorno a questi processi è via via aumentata la mobilitazione civile: scioperi di donne, scioperi delle scuole, manifestazioni, comitati per la difesa e l’aiuto di altre donne. In questi processi lo Stato, non solo ha dovuto scoprirsi come parte in causa, perché denunciato a sua volta dalle donne, ma ha dovuto anche ripensare le proprie tradizionali forme di risposta alle donne. 

In Italia i CENTRI ANTIVIOLENZA, nati all’inizio degli anni Novanta dal movimento femminista (FEMMINISMO), sono ormai diffusi in tutto il territorio nazionale. Essi hanno avuto il pregio di rendere visibile il fenomeno, di posizionarsi (POSIZIONAMENTO) politicamente e di sperimentare un approccio “dalla parte delle donne”.

Nel 2015 sono state oltre 16.000 le donne che si sono rivolte ai CENTRI ANTIVIOLENZA della rete D.i.Re – Donne in Rete contro la violenza (http://www.direcontrolaviolenza.it/). Un dato che si mantiene costante negli anni a riprova che la VIOLENZA maschile contro le donne non è un’emergenza, ma un dato strutturale della nostra società. Fra le donne accolte, coloro che provengono da altri Paesi rappresentano circa un terzo: sono pari infatti al 27,8% mentre le italiane rappresentano il 72,2%. Le donne che si rivolgono ai CENTRI ANTIVIOLENZA subiscono spesso violenze multiple. Si tratta di violenze agite prevalentemente da partner o da ex partner, dirette a esercitare e a mantenere una RELAZIONE improntata al controllo e alla sopraffazione. Le violenze fisiche o sessuali si accompagnano quindi spesso a violenze psicologiche e/o di carattere economico. Nel 2015 il 62% delle donne accolte hanno subito violenze fisiche: calci, pugni, schiaffi, uso di armi, tentati omicidi. Il 76,2,1% ha subito violenze psicologiche: umiliazioni, minacce, insulti, controllo sociale, isolamento. Il 15% è stata vittima di stalking cioè di condotte reiterate caratterizzate da minacce, molestie, atti persecutori. Circa un terzo, il 31,6%, ha subito violenze economiche, come il controllo o la privazione di DENARO. Nello stesso anno sono state ospitate 638 donne e 668 bambini/e, per un totale di 1306 donne e/o bambine/i ospitati. 

Nei principi sanciti dalla Convenzione di Istanbul e nelle normative e raccomandazioni delle agenzie internazionali, a partire dalla Conferenza delle donne di Pechino del 1993, si evince che per fronteggiare il fenomeno della VIOLENZA maschile sulle donne è necessario riconoscerne il carattere sociale strutturale e non episodico o  emergenziale. Con riferimento a questi importanti documenti, in Italia sono state emanate alcune Leggi specifiche:
- in coerenza con la normativa europea, la Legge nazionale 119 del 14 agosto 2013 in tema di contrasto alla VIOLENZA di GENERE, disciplina (all'articolo 5) il "Piano di azione straordinario contro la violenza sessuale e di genere", adottato con Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri 1861 del 7 luglio 2015;
- in coerenza con la normativa nazionale, la Legge regionale 6 del 27 giugno 2014 della Regione Emilia Romagna in tema di Parità e discriminazioni di genere, dedica il titolo V alla prevenzione della VIOLENZA maschile contro le donne e attua i principi della Convenzione di Istanbul nell'ordinamento e nel contesto del territorio regionale. L'articolo 17, in particolare, prevede l'adozione di un Piano Regionale contro la VIOLENZA di GENERE, al fine di perseguire con maggiore efficacia gli obiettivi di prevenzione del fenomeno.