LA CASA SUL FILO

suggerimenti per un percorso di educazione antiviolenta

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“La forza è ciò che rende chiunque le sia sottomesso una cosa. Quando sia esercitata fino in fondo, essa fa dell’uomo una cosa, nel senso più letterale della parola, poiché lo trasforma in un cadavere. C’era qualcuno e un attimo dopo non c’è nessuno”.
Simone Weil, L’Iliade poema della forza (1939-1940)

 

“Gli uomini, esclusi dal generare la vita che è esclusivamente femminile (esclusi dal segreto), trovano nella morte un luogo più potente della vita, in quanto la vita toglie”.
Adriana Cavarero, Nonostante Platone (1990)

 

“La violenza che nasce dal dominio dell’uomo sulla donna è di ‘per se stessa’ un fatto politico. Le donne sono ‘quotidianamente’ uccise, picchiate, insultate co­strette a prostituirsi, messe in condizione di soggezione e di paura, e quindi segregate nelle case. L’altro aspetto, più insidioso perché meno appariscente è l’abitudine che noi facciamo alla violenza: non ce ne accorgiamo più o addirittura la esercitiamo su noi stesse. Evitare di fare una passeggiata, di sederci ad un bar, di andare al cinema sole, di uscire la sera senza essere accompagnate da un uomo equivale a toglierci dalla circola­zione, a mutilare la nostra libertà di espressione a tutti i livelli. Le immagini dei fumetti pornografici, le fantasie sessuali che ognuno porta dentro di sé, e gli atti di violenza che avvengono di fatto (e che sono sempre meno lontani da queste fantasie) indicano chiaramente che lo sfruttamento non passa solo attraverso i rapporti economici, nei quali la donna ha comunque una posizione subordi­nata proprio in quanto donna, ma anche attraverso la prevaricazione che l’uomo esercita quotidianamente sulla donna nei rapporti perso­nali, sessuali, familiari, ecc. La presa di coscienza di questo sfruttamento, che ci riguarda diret­tamente in quanto donne, ma che è presente in tutte le situazioni sociali (famiglia, fabbrica, scuola, ecc.) ha fatto nascere il movimento delle donne. A noi donne interessa oggi una lotta che non salti più la violenza che passa sui nostri corpi”.
Collettivo femminista, in “Sottosopra” (1976)

 

“Secondo il rapporto di Sheila Henderson, presentato al Comitato per l’egua­glianza tra donne e uomini presso il Consiglio d’Europa (Liender­son, 1997), almeno una donna su cinque subisce nel corso della sua vita uno stupro o un tentativo di stupro; una su quattro fa l’espe­rienza di essere maltrattata da un partner o ex partner; quasi tutte le donne hanno subito una o più molestie di tipo sessuale: telefonate oscene, esibizionismi, molestie sul lavoro e così via”.
Patrizia Romito, La violenza di genere sulle donne e sui minori. Una guida per chi lavora sul campo (2000)

 

“I diritti umani sono nati su uno specifico punto di vista che fondava la relegazione delle donne nella sfera privata. I crimini contro le donne furono concepiti come questioni domestiche, come violenza personale, appartenente all’ambito del privato. In questa specie di privatizzazione, le violenze contro le donne furono rese invisibili. Di questi crimini fu negato l’aspetto pubblico e il significato politico. Così che quando furono formulati (nel 1948) gli Accordi Internazionali sui Diritti Umani, gli aspetti relativi al genere furono intrecciati con questo modo di vedere il mondo che legittimava l’oppressione delle donne”.
Corinne Kumar-D’souza, Guardare con nuovi occhi. Le politiche di genere sui diritti umani (1995)

 

“Vivere in un corpo femminile è sempre stato un rischio, ma il pericolo aumenta se a questo corpo si vuole dare autonomia e naturalezza, poiché l’esercizio, da parte di una donna, della pro­pria libertà di esistere è vissuta dall’uomo come una sfida, un am­mutinamento che necessita di una risposta immediata e punitiva. La donna nasce e cresce in un’atmosfera di intimidazione, che fa sì che sviluppi la percezione che niente le appartenga e tanto meno il suo corpo. Ella si forma in una quotidianità subdolamen­te violenta in cui l’ambiguità degli sguardi, del linguaggio e dei comportamenti definisce gli angusti limiti del suo esistere. Una consuetudine insidiosa e reificante mira a negarle la possibilità di cogliere il vero significato del proprio corpo, le impone di vivere in esso come in un ‘sacco vuoto’ colmo delle proiezioni maschili. Ma se questa è storia secolare, ciò che è inedito nell’attuale condizione femminile è l’estrema confusione, il profondo disagio sperimentato dalle donne nel confrontarsi non solo con la propria femminilità ritrovata, ma anche con tutte le identità vecchie e nuove che di essa fanno parte”.
Lara Scarsella Dovere di stupro (1992)

 

“La violenza crescente, quasi martellante, sul corpo delle donne non è un accidente statistico da registrare in sede di cronaca. Non attiene alla sociologia della disperazione o dell’emarginazione sociale, è un segnale dell’epoca a fronte dell’indocilità del corpo femminile a fronte del simbolico e del materno stesso. Lo stupro come lembo estremo di una violenza molteplice non è più quello abituale: ormai in disuso la figura del mostro, del maniaco appostato in attesa di una vittima casuale e patologia isolabile di un disagio psichico, quasi sempre ora lo stupro è il momento conclusivo, passaggio violento di una relazione già istituita dalla vittima con il suo carnefice, come se l’oltraggio stesso alla donna fosse diventato, nell’immaginario maschile oramai privo dell’appoggio della metafora paterna, il naturale momento conclusivo della relazione stessa, anziché l’evocazione violenta della sua assenza. Di qui il suo carattere dimostrativo e in ogni caso il più delle volte pubblico, che si tratti della soldataglia impegnata nei riti dello stupro etnico o di un gruppo di amici complici, o di un fidanzato abbandonato, o che a essere convocato a testimone sia l’Altro della religione a fronte della supposta sconvenienza di semplici comportamenti”.
Fabrizia Di Stefano, Il corpo senza qualità. Arcipelago queer (2010)

 

“Molte donne vivono come un fatto ‘naturale’, perché da loro interiorizzato e in loro sedimentato, l’esistenza di una scala di valori maschili spesso consegnati da madre in figlia. La libertà sessuale solo per l’uomo, il mito della virilità, l’identificazione tra maternità e sessualità, l’autocolpevolizzazione, la gelosia come difesa della propria stabilità sociale ed economica, il diritto dell’uomo a essere e comportarsi da pa­drone. Se questo è vero, le botte, di cui abbiamo raccolto una così numerosa e in un certo senso inaspettata testimonianza, non possono essere più considerate solo botte date da quel tale uomo a quella tale donna, il ricatto economico non va ascritto ad una avarizia individuale, le limi­tazioni della libertà che arrivano non di rado al sequestro di persona non sono forme di gelosia, di amore esclusivo, di iperprotezione, ma si spiegano tutte con una volontà di potere. Potere che l’uomo si è trovato a gestire per tradizione e che esercita, naturalmente anche nella sua casa in maniera esasperata perché magari all’esterno non trova modo di sentirsi potente e quindi è alla ricerca di forme di risarcimento; in maniera punitiva perché la donna con la sua richiesta di liberazione ne sta mettendo in crisi l’immagine e i modelli culturali. Per questo considerano la donna “cosa loro”. Mai esistente in sé, tanto meno per sé; ma solo in funzione di... Anche quando, come risulta dalle testimonianze, l’uomo si scaglia contro la donna, in realtà lo fa non contro di lei “persona”, riconoscendole un’identità sia pure al negativo, ma contro una funzione, un servizio che a suo giudizio non è stato assolto, arrivando quindi ad identificare tale funzione con la donna. Collocandosi come motore immobile, per cui il problema di mettere in discussione se stesso, la sua cultura, la sua morale, le sue leggi non esiste, è portato a scaricare sulla donna le sue impotenze e a ritenerla “colpevole” di tutti gli eventi contrari. È di lei la colpa se non nasce un figlio, se nasce in un momento non giudicato opportuno, se nasce fem­mina, se i soldi non bastano, se lavora perché trascura la casa, se non lavora perché si fa mantenere. Sempre dubbia è la moralità della donna per cui bisogna diffi­darne, controllarla, tenerla “sotto chiave”, e l’insulto contro di lei approda e si scarica sempre sullo stesso terreno (sei una puttana, quel figlio non è mio, una donna la meni, la prendi, te la fai e la butti via). Terreno sul quale vengono istradati anche i figli”.
Giuliana Dal Pozzo, Cosa Loro (1980)

 

“La posizione di dominazione e di privilegio acquisita dagli uomini come gruppo, indipendentemente dalle loro caratteristiche personali o dai loro stessi desideri […] è stata ratificata da leggi, tradizioni e costumi: quando questi strumenti di convincimento o di coercizione non ba­stano più, interviene la violenza. Come sottolinea Sheyla Henderson nel suo documento per il Consiglio d’Europa (1997): ‘La violenza maschile contro donne e bambine serve a mantenere il controllo ed è legata allo squilibrio di potere tra i generi nella nostra società’”.
Patrizia Romito, La violenza di genere sulle donne e sui minori. Una guida per chi lavora sul campo (2000)

 

“In gran parte del mondo le donne sono prive dei mezzi di sostentamento indispensabili all’esercizio delle funzioni fondamentali necessarie a una vita realmente umana. Sono nutrite meno degli uomini, sono meno in salute, sono più vulnerabili alla violenza fisica e agli abusi sessuali. È molto meno probabile che siano scolarizzate ed è ancora meno probabile che possano avere un’istruzione tecnica o professionale. Se decidono di entrare nel mondo del lavoro devono fronteggiare ostacoli maggiori, tra cui l’intimidazione da parte della famiglia o del coniuge, la discriminazione sessuale al momento dell’assunzione, le molestie sessuali sul luogo di lavoro – tutto ciò, molto spesso, senza possibilità di ricorrere efficacemente alla legge. Il più delle volte ostacoli di questo tipo impediscono alle donne di partecipare effettivamente alla vita politica. In molti paesi esse non godono di piena uguaglianza di fronte alla legge: non hanno gli stessi diritti di proprietà degli uomini, gli stessi diritti di stipulare contratti, gli stessi diritti di associazione, movimento e libertà religiosa. Oberate spesso dalla ‘doppia giornata lavorativa’, che somma la fatica del lavoro esterno con la totale responsabilità del lavoro domestico e della cura dei bambini, sono private della possibilità di trovare momenti ricreativi in cui coltivare le facoltà immaginative e cognitive. Tutti questi fattori pesano sul loro benessere emotivo: le donne hanno meno opportunità degli uomini di vivere libere dalla paura e di godere affetti corrisposti – specie quando, come spesso accade, vengono date in matrimonio durante l’infanzia senza possibilità di scelta e senza vie di scampo in caso di cattivo matrimonio. In tutti questi modi la disuguaglianza di condizioni sociali e politiche si traduce per le donne in disuguaglianza di capacità umane”.
Martha Nussbaum, Giustizia sociale e dignità umana (2002)

 

“Le bimbe, le donne, nella solitudine e nell’indifferenza che le circonda si inventano mille modi per resistere, per sopravvivere, addirittura per essere felici. Le loro ferite, anche se non guariscono, quasi sempre si cicatrizzano: ma non per questo la violenza maschile è più accettabile”.
Patrizia Romito, La violenza di genere sulle donne e sui minori. Una guida per chi lavora sul campo (2000)

 

“Da una parte la famiglia è uno dei più importanti contesti di vita all’interno dei quali gli individui perseguono le proprie concezioni del bene e le trasmettono alla generazione successiva. […] D’altra parte la famiglia è una delle istituzioni sociali più influenti e meno rispettose della scelta volontaria, e la casa coniugale è anche uno dei luoghi più tristemente noti di gerarchia sessuale, negazione dell’eguaglianza delle opportunità, umiliazione e violenza sessuale. Queste realtà suggeriscono che una società impegnata a rendere la giustizia eguale per tutti i cittadini e ad assicurare a tutti le basi sociali della libertà, delle opportunità e del rispetto di sé, deve essere in grado di imporsi sulla famiglia proprio in nome della giustizia. La maggior parte delle teorie liberali […] si è semplicemente limitata a rimuovere il problema; oppure ha considerato la famiglia come una sfera ‘privata’ nella quale la giustizia politica non dovrebbe intervenire. Come ha osservato Catharine Mac Kinnon, la distinzione pubblico-privato è servita di solito a proteggere la privacy maschile, e non la privacy femminile, e quindi il dominio illimitato da parte degli uomini sulle donne in un ambio circoscritto e tutelato; per questo la retorica liberale sulla sacralità della privacy dovrebbe colpirci come un’‘offesa mascherata da dono’”.
Martha Nussbaum, Giustizia sociale e dignità umana (2002)

 

“Ciò che emerge con chiarezza, e viene confermato sotto molti aspetti, è la sistematicità della violenza dentro le mura domestiche, ovvero all’interno di relazioni familiari o parentali. Questo risultato non era e non è per niente ovvio. Ci si poteva ad esempio attendere una prevalenza di episodi di violenza occasionali, compiuti all’ester­no, da parte di sconosciuti [...]. Invece, il pa­norama di violenta normalità che viene disegnato, obbliga a ripensa­re e a riscrivere proprio la diffusa geografia mentale sui luoghi in cui le donne si muovono o è loro consigliato di muoversi. Contrad­dice infatti molti luoghi comuni sugli spazi sicuri per le donne e la loro incolumità, uno in particolare: che il luogo del pericolo per ec­cellenza sia il fuori, la strada, la città. Questa costruzione sociale che ha accompagnato la nascita della città moderna, della metropoli, ha tracciato mappe gerarchiche e di pertinenza, marcatamente segnate dal genere: ha finito per consegnare le donne fra le pareti della ca­sa, nel privato, facendo del pubblico - strade, luoghi pubblici, ester­no, notte - un territorio pericoloso, riservato agli uomini, in cui le donne si possono sì avventurare, ma a loro rischio e pericolo, già ben avvertite sul loro potenziale essere o divenire prede. Il vero pericolo raccontato da questi dati sta invece dentro, dentro la casa - il luogo considerato sicuro e protetto - dentro le relazioni, là dove con non sospettabile sistematicità si crea, si riproduce - e per fortuna qualche volta si spezza - quella rituale violazione dei corpi e dell’integrità delle donne, che fa parte del cosiddetto ciclo della violenza”.
Maria Antonietta Trasforini, Microfisica della violenza: una sintesi e un commento ai dati della Casa delle Donne (1996)

 

“Ci sono poi degli aspetti più psicologici, se vogliamo, c’è l’amore... Tutti i sentimenti si sviluppano all’interno di un contesto sociale che li for­ma e li influenza, qualche volta li deforma, quindi i sentimenti che le donne avevano provato per quest’uomo, che magari era il primo uo­mo della loro vita, e con cui avevano fatto dei figli, sono cresciuti nel contesto di un mito fortissimo della nostra cultura, il mito dell’amore romantico. ‘Io lo salverò’ è uno dei pilastri di questo mi­to, di cui del resto molte di noi hanno fatto l’esperienza anche se non necessariamente con un partner violento. Il mito dell’amore romanti­co si concretizza nella nostra società nel mito della ‘bella famiglia’. Queste donne, come la maggior parte delle donne, volevano avere una bella famiglia come quella dei genitori con cui erano cresciute, o invece, proprio perché erano cresciute in una famiglia non bella, volevano fare loro qualcosa di diverso; e in una cultura in cui sulle donne incombe questo tipo di responsabilità, cioè le donne sono considerate responsabili delle relazioni, che ci piaccia o meno è la donna che per l’appunto si sente responsabile di aver creato o di non aver saputo creare invece questa ‘bella famiglia’...e il contesto sociale rimanda loro continuamente questo mes­saggio.”
Patrizia Romito, Ma perché non lo lascia? Pratiche sensate e domande inappropriate (1996)

 

“Troppo a lungo la famiglia è stata idealizzata e considerata luogo elettivo di amore, protezione e solidarietà mentre, in realtà, la violen­za commessa nei confronti dei suoi membri, in specie quelli più debo­li, è stata tollerata, legalizzata e, in certi casi, favorita come ad esem­pio l’adozione di metodi educativi violenti - nei confronti dei minori - ritenuti ancora oggi validi mezzi formativi. In particolare, le donne sono state le ‘tipiche’ vittime della violen­za domestica (Dobash e Dobash, 1978) che si è sviluppata in tutte le sue forme, da quella fisica ai rapporti sessuali imposti, dalle percosse all’omicidio, dalle minacce all’abuso psicologico e alla deprivazione economica. In effetti la coscienza sociale ha per molto tempo considerato que­ste manifestazioni di violenza come ‘questioni personali’ fra coniugi e, conseguentemente, le ha relegate nel ‘privato’, in tal modo non so­lo legittimandole ma, a volte, riconoscendole. A partire dagli anni Sessanta il fenomeno della violenza intrafami­liare comincia lentamente a trasformarsi da ‘questione privata’ a ‘problema pubblico’: inizialmente la cosiddetta ‘sindrome del bam­bino maltrattato' (Kempe, Silverman, Steele, Droegemueller e Silver, 1962), evidenziata dalla diagnostica clinica, fa convergere la ricerca criminologica sull’abuso a danno dei minori mentre, nel contempo, non viene ancora avviata quella sul maltrattamento femminile in quanto il persistente grado di accettazione e tolleranza della violenza intrafamiliare (secondo un costume culturale ampiamente radicato) ha limitato la portata degli studi che tendevano ad attribuire la respon­sabilità dell’abuso coniugale a disordini della personalità presenti non solo nell’autore ma anche nella vittima (Schultz, 1960; Ro­senwald e Robey, 1964; Faulk, 1974). Ciò può corrispondere anche ad una sorta di processo definibile di ‘attribuzione difensiva’ inten­dendosi, con simili etichette, isolare e in un certo senso rimuovere il fenomeno, relegandolo in un’area razionalmente accettabile. Successivamente, negli anni Settanta l’emersione dei movimenti femministi ed il contestuale declino del tradizionale modello di so­cietà e di famiglia basato sul consenso, focalizzano il problema della violenza nel rapporto di coppia trasferendolo in una dimensione so­ciologica (Straus, 1971 e 1973; Gelles, 1972). Le problematiche colle­gate a tale comportamento cominciano a destare un’attenzione sem­pre maggiore da parte degli studiosi, in particolare nel mondo anglo­sassone e statunitense...”.
Maria Cristina Giannini, La violenza domestica e i cicli della violenza (1995)

 

“La violenza è in sé un’azione devastatrice che può manifestarsi in quattro tipi di aggressione: psicologica, verbale, fisica o sessuale. Dunque: 1) la violenza psicologica ha per effetto di denigrare una persona nel suo valore e nella sua individualità; essa si esprime talvolta attraverso una relazione punitiva che consiste nell’ignorare la presenza dell’altro o nel rifiuto di comunicare; 2) la violenza verbale consiste nell‘umiliare l’altro/a attraverso messaggi di disprezzo, d’intimidazione, di minaccia o di aggressione fisica; 3) la violenza fisica colpisce l’altro/a nella sua integrità fisica: tirare i capelli, urtare, spingere e causare ferite: morsi, ecchimosi, fratture, bruciature ecc; 4) infine la violenza sessuale è una relazione sessuale influenzata dalla violenza o una relazione obbligata dall’aggressore. La definizione della violenza deve dunque tener conto delle differenti forme di aggressione. Questa percezione della violenza permette di riconoscere quali sono le conseguenze serie per chi viene violentata psicologicamente o verbalmente. Hofeller (l982) considera che la violenza verbale o psicologi­ca sia più devastante della violenza fisica sul piano della personalità. Così la donna violentata può conoscere tutte queste forme di violenza o le une o le altre di questi tipi di aggressione. Tuttavia la presenza della violenza fisica significa che tutte le altre forme di violenza sono presenti”.
Ginette Larouche,  Apprendre à intervenir auprès des femmes violentées (1985)

 

“La donna interrompe il ciclo della violenza e chiede aiuto: 1) quando il ciclo si è ripetuto troppe volte; 2) quando le fasi della violenza acuta si avvicinano sempre di più e il momento della riappacificazione è molto breve; 3) quando la fase acuta diventa sempre più pericolosa e la donna ha paura per la sua vita; 4) quando il marito coinvolge i figli, o ricattando la moglie di toglierglieli, o direttamente picchiandoli, o abusandone sessualmente; 5) quando infine, e questo è un punto fondamentale, per distaccarsi non crede più ai pentimenti, quando ha capito che il credere in questo matrimonio era un’illusione”.
Anna Pramstrahler, Un luogo di donne contro la violenza: una scelta di parte (1996)

 

La responsabilità maschile della violenza contro le donne

“Argomentare […] che le donne hanno ormai gli stessi diritti degli uomini, che esistono azioni di pari opportunità a loro favore, servizi dedicati e, in alcune nazioni, anche leggi specifiche per combattere la violenza maschile nella coppia è un modo per normalizzare il comportamento violento. Così come dire che un’impostazione pro-femminista non è più giustificabile oggi. Chi usa queste argomentazioni contribuisce a legittimare la violenza maschile”.
Letizia Bianchi, Violenza maschile contro le partner. Valutazioni e sviluppi futuri (2009)

 

“Da ragazzi non abbiamo mai imparato a guardare noi stessi: prima impariamo a prendercela con il mondo. Se un rapporto va male, si tratta sempre di trovare a chi dare la colpa”.
Victor Seidler, Riscoprire la mascolinità (1992)

 

“Se l’uomo, che evidentemente sa come procurarsi soddisfazione dalla propria aggressività e come trarre gratificazioni narcisistiche dal potere e dall’autorità, non è in grado di cambiare e forse nemmeno lo vuole, allora è la donna che deve cominciare a contrastare questa complicità che si è creata tra il piacere maschile per l’aggressione e la distruzione e il piacere femminile per la sottomissione e il sacrificio. […]. È la donna che deve cambiare le principali forme di socializzazione sadomasochistica che sottendono alle relazioni tra i sessi. È la donna che deve impedire al suo compagno di produrre continuamente nuovi capri espiatori, tanto nella vita privata quanto in quella professionale e politica. È la donna che deve negare la sua ammirazione all’esaltazione degli uomini che è alla base di molti atti di violenza e delle guerre, perché senza la sua ammirazione questa mentalità non può sopravvivere. È la donna che deve verificare le proprie identificazioni con i valori maschili e deve saperle mettere in discussione”.
Margarete Mitscherlich, La donna non aggressiva. Una ricerca psicoanalitica sull’aggressività nell’uomo e nella donna (1985)

 

“La presenza di un quadro caratterizzato da chiavi di lettura diverse che tendono a porre la responsabilità delle violenze sulle spalle delle donne che ne sono vittima, suggerisce […] che soltanto interventi fortemente centrati sulla necessità di un’assunzione di responsabilità maschile per le violenze esercitate, e sulla rilevanza del genere come categoria centrale di analisi e di intervento, possano trasformarsi in una risorsa in grado di favorire processi di ‘censura sociale’ dell’esercizio maschile di violenza, sollevando le donne dall’onere (sociale e individuale) di porvi rimedio”.
Giuditta Creazzo, L’in-visibilità degli uomini che usano violenza nelle relazioni di intimità (2009)

 

“Il fenomeno della violenza e dei maltrattamenti contro le donne ha grande rilevanza e rimane irrisolto, nonostante i mutamenti sociali, i diritti acquisiti e le leggi varate in questi anni. Non si può non prendere atto che è ancora largamente visto come emergenza delle donne. La società nel suo complesso – fatte salve alcune significative voci maschili – è incapace di assumerlo come esigenza propria. Oggi la chiamata alla responsabilità da parte degli uomini è sostenuta da poche voci. Il fatto che non si consideri un’emergenza sociale la persistente violenza fisica operata dai maschi sulle donne, mentre tale viene considerata, per esempio, la violenza contro le minoranze etniche, è indicativo della straordinaria normalità dell’arbitrio nel trattamento di fattispecie simili”.
Graziella Priulla, C’è differenza (2013)

 

“Lo spostamento di sguardo vuole verificare la visibilità sociale dell’uomo che commette violenza e del fenomeno specifico della violenza compiuta da uomini sulle proprie partner o ex partner. È questo un aspetto della violenza maschile che si tende a celare o a minimizzare, mentre si insiste sulla violenza compiuta da uomini con cui le donne non hanno – o non hanno avuto – relazioni intime”.
Letizia Bianchi, Violenza maschile contro le partner. Valutazioni e sviluppi futuri (2009)

 

“Si ritiene un atto di grande civiltà e di rivisitato welfare incominciare a ragionare sugli uomini e sul loro modo di intendere e di costruire le relazioni di coppia senza che alcuno di noi possa rifugiarsi al riparo della apparente tranquillità simbolica della legge penale”.
Carmine Ventimiglia, La fiducia tradita (2002)

 

“Il diniego. La rimozione, la sottovalutazione o la giustificazione della violenza, non c’è solo tra gli autori e le vittime. Spesso c’è anche tra gli operatori e tra i professionisti. Questo ci ricorda che occorre investire e curare una formazione con una diversa qualità che integri le dimensioni della riflessività e delle tematiche di genere accanto a quelle più problematiche tecniche e professionali”.
Marco Deriu, Le rappresentazioni della violenza di genere tra gli operatori e le operatrici dei servizi (2012)

 

“Non c’è giustificazione che renda accettabile l’uso della violenza all’interno di una relazione di intimità.
La responsabilità della violenza è di chi la compie.
La violenza intrafamiliare è agita prevalentemente da uomini e colpisce prevalentemente donne e minori.
La violenza intrafamiliare si alimenta delle diverse variabili della disparità di potere (fisica, economica, affettiva, psicologica…).
Il rispetto per le diversità culturali non può, in alcun caso, giustificare la violenza. Può richiedere invece accortezze che rendano più sostenibile ed efficace l’intervento, in particolare quando le donne coinvolte hanno una limitata autonomia di mezzi, di relazioni e di pensiero o vincoli unidirezionali alla comunità di appartenenza.
È importante nominare la violenza a se stesse/i e a tutti i soggetti implicati: vittime, attori e professioniste/i coinvolti nell’intervento.
È importante tenere presente che esistono delle strategie di evitamento della violenza (negazione e legittimazione) e delle tattiche di evitamento della violenza (eufemizzazione linguistica, minimizzazione degli atti e dei loro effetti, colpevolizzazione delle vittime, disumanizzazione, psicologizzazione, naturalizzazione e separazione), molto spesso inconsapevoli, che possono condurre alla sottovalutazione o a errori di valutazione.
È fondamentale non evitare e non delegare mai la responsabilità di affrontare una situazione di violenza.
È importante distinguere il proprio vissuto dalle situazioni nelle quali ci troviamo a operare e avere cura di non sovrapporre i nostri pregiudizi alla realtà sulla quale intervenire.
La reazione di fronte a chi agisce violenza e a chi è vittima di violenza non può essere la stessa”.
Gruppo specialistico Violenza Intrafamiliare di ASC InSieme, Documento guida sulla violenza maschile contro le donne nelle relazioni di intimità (2017)

 

“Il Programma di intervento ATV/Alternative To Violence (Norvegia) è stato il primo in Europa a rivolgersi agli autori di violenza nell’ambito di relazioni intime. Messo a punto dalla omonima Alternative To Violence nel 1987, una organizzazione non governativa che riceve finanziamenti da diverse autorità locali, dal Governo centrale e da varie altre organizzazioni nazionali e internazionali, è stato elaborato facendo propri gli assunti di base del movimento delle donne che ha progressivamente richiamato il mondo maschile alla responsabilità dei propri comportamenti violenti: sempre più diffusa la consapevolezza che aiutare solo le vittime non arresta la violenza e non basta a garantire la loro sicurezza, che la punizione e la prigione non cambiano in senso positivo gli uomini violenti […] Il Programma […] combina l’analisi femminista della violenza domestica – dovuta a uno squilibrio fra i sessi – con una lettura di tipo psicologico riferita alle caratteristiche individuali del soggetto violento. […] I principi di base da cui parte l’intervento sono: a) l’identificazione della violenza come problema, legata alla struttura di potere; b) la responsabilità dell’uomo rispetto al proprio comportamento violento; c) la consapevolezza che la violenza è pericolosa e danneggia chi la subisce; d) la consapevolezza che la violenza dà gratificazione a chi la agisce, perché produce senso di controllo e potere; e) la violenza ferisce fortemente i/le bambini/e”.
Alessandra Bozzoli, Maria Merelli, Maria Grazia Ruggerini, Il lato oscuro degli uomini. La violenza maschile contro le donne: modelli culturali di intervento (2013)

 

Aborti selettivi

“In molte società gli uomini avevano il diritto legale di ordinare aborti, di abbandonare i neonati o di ucciderli dopo la nascita”.
Marilyn French, La guerra contro le donne (1992)

 

Sussistenza

“In India, in tutte le fasce di età fino a quasi quarant’anni, tranne nel periodo che segue immediatamente la nascita, le donne sono più numerose a morire degli uomini, perché le ragazze non ricevono cibo sufficiente né cure mediche adeguate. In quasi tutte le famiglie indiane gli uomini mangiano per primi, poi è il turno delle donne che mangiano ciò che resta, spesso quasi niente”.
Marilyn French, La guerra contro le donne (1992)

 

“Le donne sono […] più numerose degli uomini in Europa, negli USA e in Giappone dove, sebbene esistano ancora vari tipi di pregiudizi (per esempio gli uomini hanno evidenti vantaggi nell’accesso all’istruzione superiore e a lavori specializzati e nella promozione a funzioni direttive), le donne non sono discriminate dal punto di vista dell’alimentazione e delle cure sanitarie. […] Il destino delle donne è molto diverso nella maggior parte dell’Asia e dell’Africa del nord, dove le donne non riescono a ottenere cure mediche, alimentazione e assistenza sociale della stessa qualità di quelle di cui godono gli uomini. Per questo motivo in quelle regioni sopravvivono meno donne di quante sarebbe possibile se entrambi i sessi ricevessero cure identiche”.
Amartya Sen, Le donne sparite e la disuguaglianza di genere (1996)

 

Istruzione

“L’uguaglianza delle don­ne rispetto alla scuola, è ancora ben lontana dall’essere ac­quisita nel mondo, anche se la scolarizzazione progredisce talvolta in maniera spettacolare. In Brasile più di 90 donne sono alfabetizzate, ogni 100 uomini. Ma la proporzione non è che del 60% in Cina e del 20% in Mauritania. Dunque la condizione delle donne è strettamente dipendente dalla scolarizzazione delle bam­bine. La bassa frequenza scolastica è generalmente associa­ta al matrimonio precoce, alla elevata fecondità e alla man­canza totale di autonomia. [...] Il livello di istruzione delle donne presenta ancora oggi forti disparità. Tutte le donne sono alfabetizzate nei paesi sviluppati, mentre lo è soltanto il 12% delle afga­ne, l’8% delle abitanti del Burkina Faso e il 6% delle ni­geriane. Nel corso degli ultimi decenni il progresso dell’istru­zione è stato talvolta considerevole, talaltra praticamente nullo. In Cina nel 1949 il 90% delle donne erano analfabete oggi non sono più del 30%. In età giovanile la scolarizzazione delle cinesi è quasi totale: il 96% delle bambine da 7 a il anni va a scuola. I tassi di scolarizzazione sono raddoppiati nell’Asia del sud e più che raddoppiati nei paesi arabi nel corso degli ultimi due decenni. Ma questi incrementi si spiegano an­che con dei «livelli di partenza» (nel 1970) molto bassi. Così nei paesi arabi soltanto il 40% delle donne era alfa­betizzato nel 1992, nonostante i progressi compiuti. [...] Nei paesi sviluppati la scolarizzazione delle ragazze è oggi più elevata di quella dei ragazzi. Negli altri vi è una forte disuguaglianza rispetto alla frequenza scolastica, di­suguaglianza che cresce con il livello degli studi. In rap­porto ai ragazzi, le ragazze sono favorite al nord e sfavorite al sud. La disuguaglianza tra i sessi di fronte alla scuola gioca a favore delle ragazze nei paesi nordici. Nei cicli primario e secondario, i livelli di scolarizzazione sono i medesimi per entrambi i sessi. La scolarizzazione delle ragazze è, per contro, maggiore nelle scuole superiori. Nei paesi in via di sviluppo la disuguaglianza del livel­lo di scolarità tra i sessi è a detrimento delle ragazze [...]. Il grado di disparità varia a seconda delle regioni del mondo. La disuguaglianza è particolarmente elevata in Asia del sud: a ogni 100 ragazzi scolarizzati tra i 12 e i 17 anni corrispondono soltanto 60 ragazze. Nell’Africa sub­sahariana, dove la disuguaglianza è molto accentuata, la proporzione è tuttavia nettamente più elevata”.
Jacques Veron, Il posto delle donne (1999)

 

“Una donna che non abbia la possibilità di lavorare fuori di casa non ha la medesima libertà di associazione di una che gode di tale possibilità. Le donne che sono state private dell’istruzione sono state anche private di molte significative opportunità di partecipazione alla politica e all’espressione pubblica”.
Martha Nussbaum, Giustizia sociale e dignità umana (2002)

 

Violenza fisica

“Un uomo di corporatura normale che riceva una violenza da una donna di corporatura normale può sempre, se vuole, reagire con altrettanta o maggiore violenza. Al contrario, l’esperienza del subire violenza per la donna è un’esperienza di sopraffazione totale. La disparità tra la massa mu­scolare maschile e quella femminile rende impossibile un conflitto alla pari: per l’uomo è sempre possibile soverchiare la donna, mentre di fronte alla violenza maschile la donna è impotente. Atti di violenza di identica intensità ed estensione costituiscono esperienze del tutto diverse se a subirli è una donna da parte di un uomo, o vi­ceversa, un uomo da parte di una donna. L’atto di violenza nella coppia è sessuato, nel senso che la sua natura è diversa a seconda che sia perpetrato dall’uomo sulla donna o viceversa. Non si tratta soltanto di una diversità soggettiva, relativa alla per­cezione diversa che maschio o femmina hanno di atti di uguali di­mensioni oggettive, ma di una vera e propria diversità oggettiva dei due tipi di azioni, come oggettivamente diversa è la corporatura de­gli individui dei due sessi”.
Piera Serra, Donne vittime di violenza di fronte agli psicoterapeuti (1995)

 

Violenza psicologica

“Troppo spesso del fenomeno si riscontra soltanto la parte visibile, ossia l’aggressione fisica. Sebbene sia la prima a essere denunciata, questa costituisce solo un aspetto del problema, la parte emersa dell’iceberg. Tutto ha inizio ben prima di zuffe e botte: in principio ci sono comportamenti impropri, intimidazioni, microviolenze che preparano il terreno. Parlando di ‘donne picchiate’ nascondiamo il nucleo del problema. È impossibile fare una distinzione fra violenza psicologica e violenza fisica perché quando un uomo picchia la propria donna, la sua intenzione non è quella di farle un occhio nero, ma piuttosto di mostrarle che è lui a comandare e lei non deve far altro che ‘comportarsi bene’. Lo scopo della violenza è sempre il dominio”.
Marie France Hirigoyen, Molestie morali (2000)

 

“La violenza perversa nelle famiglie costituisce un ingranaggio infernale difficile da arginare, perché tende a trasmettersi da una generazione all'altra. […] La violenza indiretta è una violenza che, nella maggior parte dei casi, prende di mira il coniuge nel tentativo di distruggerlo e, in sua assenza, si trasferisce sui figli. I bambini sono vittime perché sono lì e non accettano di dissociarsi dal genitore preso di mira. Testimoni di un conflitto che non li riguarda, incassano tutta l'ostilità destinata all'altro genitore. A sua volta il partner ferito, non riuscendo a esprimersi con il suo aggressore, riserva sui figli tutta l'aggressività che non ha potuto sfogare altrove. Ciascuno di loro porta poi una parte di sofferenza che riprodurrà altrove, se non trova soluzioni in se stesso. Si tratta di un trasferimento dell'odio e della distruttività. […] La situazione si aggrava quando l'altro genitore, nel desiderio di proteggersi, si allontana e lascia il figlio ad affrontare da solo il disprezzo o il rifiuto. […] Tutto quanto non è stato metabolizzato durante l'infanzia viene continuamente riprodotto in età adulta. Anche se non tutti i bambini maltrattati diventano genitori che maltrattano, si da origine ad una spirale distruttiva. Ognuno di noi può arrivare a riprodurre sugli altri la sua violenza interiore”.
Marie France Hirigoyen, Molestie morali (2000)

 

“Possiamo dire che la violenza femminile tende a prendere forma in modi più contorti, a volte più sublimati di quella maschile, e spesso appare rivolta contro se stes­se oppure, quantomeno, contro individui del proprio sesso. La violenza fem­minile, oltre che essere, evidentemente, frutto ogni volta di dinamiche intra­psichiche della singola donna che la mette in atto, appare, nelle sue forme e modalità espressive, influenzata dalle condizioni materiali di oppressione che hanno caratterizzato la storia recente del genere femminile nella nostra civiltà. E l’oscillazione tra essere e apparire - lo squilibrato binomio di forza e debolezza - alimenta forme di violenza che nuociono all’autostima e ostacolano un rapporto equilibrato con l’altro sesso.”
Renate Siebert, Essere forti apparire deboli (1998)

 

Violenza sessuale

“Lo stupro è l’estrema traduzione in pratica del fallicismo. Non viene commesso a scopo di piacere o di procreazione ma per affermare il principio del dominio attraverso il sesso”.
Eva Keuls, Il regno della fallocrazia (1993)

 

“Il corpo della donna, infatti, è l’oggetto per eccellenza in quanto è la moneta con la quale i maschi instaurano la comunicazione fra loro. Una moneta che costituisce la riserva aurea del gruppo che la possiede e che, pertanto, non deve mai andare perduta perché qualsiasi scambio in tal caso diventerebbe impossibile. È il motivo per il quale lo stupro delle donne del nemico costituisce la verifica, concreta e simbolica, della propria vittoria. Il nemico, infatti, non può più fare patti, non può più contrattare la pace: la sua resa è una resa totale perché non possiede più, concretamente e simbolicamente, un valore di scambio. La storia delle violenze che le donne hanno sempre subito, in tutte le guerre, testimonia di questo dato ineluttabile: il maschio verifica la realtà della sua vittoria stuprando le donne del nemico, così come il vinto assapora fino in fondo la sua sconfitta quando non può più difendere la sua donna”.
Ida Magli, Sulla dignità della donna (1980)

 

“Mladen Loncar, lo psichiatra di Zagabria che ha assistito tante donne vittime della violenza etnica, ha sottolineato la tragica situazione in cui vivono le donne che non hanno voluto o potuto abortire: sentire crescere nel proprio stesso corpo un’entità nemica e percepirla spesso con un sentimento ambivalente, quindi come un conflitto lacerante. Mladen aveva seguito nei mesi a cavallo tra il ‘92 e il ‘93 sette di queste gravidanze: ‘Tutte e sette le madri avevano deciso di abbandonare il neonato e solo una aveva chiesto di vederlo per qualche minuto. In questo rifiuto c’era un meccanismo di difesa molto chiaro, c’era la paura di accorgersi di amare il proprio figlio”.
Elena Doni e Chiara Valentini, L’arma dello stupro. Voci di donne della Bosnia (1993)

 

Mutilazioni Genitali Femminili (MGF)

“Le statistiche dimostrano che al giorno d’oggi vivono al mondo almeno settantaquattro milioni di donne che sono state sottoposte a clitoridectomia prima del matrimonio. Si tratta di un’antica tradizione contro la quale insorgono ormai anche le donne dell’Africa. Eppure a queste proteste reagiscono con indignazione e minacce non solo certi uomini, ma anche donne che approvano questa usanza. Perché ci sono donne che si comportano in questa maniera? Non sono forse vittime di un’usanza basata sulla disumana pretesa che la donna non provi piacere dall’atto sessuale? Non sarebbe più logico che le donne africane d’oggi s’impegnassero per proteggere le loro figlie dalla mutilazione, dalla sofferenza brutale e dai pericoli d’infezione che provocano la morte di parecchie di loro? Sarebbe indubbiamente logico, se non operasse anche qui la legge della rimozione della collera. E la collera rimossa si sfoga inconsciamente sulla successiva generazione... Hanno salvato se stesse rimuovendo dalla coscienza sia le sofferenze sia la collera e il desiderio di vendetta e idealizzando invece addirittura quest’usanza”.
Alice Miller, La fiducia tradita (1991)

 

“L’excisione... non può non ispirare alla ragazza un’avversione profonda per tutto ciò che concerne il suo organo sessuale, per molti anni. Le sarà difficile concepire che questa parte del suo corpo che l’ha, così presto, condannata alla sofferenza, possa divenire un giorno una fonte di godimento”.
Yussef El Masry, Il dramma sessuale della donna araba (1962)

 

“In un buon numero di società occidentali, per esempio, sottoporsi a mutilazioni chirurgiche, anche gravi, per migliorare il proprio aspetto oppure per correggere o cambiare il proprio sesso anatomico, è accettato socialmente e/o riconosciuto come un diritto personale. In altre tradizioni – quella somala per esempio – la circoncisione femminile (come è detta), di solito inserita in cerimoniali di passaggio all’età adulta, era – o è ancora – intesa come mezzo per rimodellare i corpi femminili secondo un ideale di bellezza e di purezza socialmente condiviso. Oggi, in realtà, in alcuni dei paesi in cui si praticava, questo costume è proibito per legge e comunque è avversato da un numero crescente di donne. Comparare e relativizzare le diverse pratiche volte alla modelizzazione dei corpi, comprese le nostre, non ci obbliga ad accettarle o a difenderle: che si tratti delle MGF o delle altrettanto drastiche operazioni chirurgiche a fini estetici o di cambiamento di sesso. Le une e le altre, soprattutto se praticate su minorenni, ci pongono in verità di fronte ad aspri dilemmi, epistemologici e morali, giuridici e politici. Soprattutto nel caso delle MGF si dovrebbe evitare di trattarle in modo superficiale, sensazionalistico e/o puramente repressivo. Al contrario, dopo averne decifrato le logiche simboliche e sociali, si dovrebbe far prevalere l’etica della responsabilità e quindi cercare soluzioni negoziate e realistiche per il loro superamento”.
Annamaria Rivera, Relativismo culturale. Contro etnocentrismo e universalismo particolare (2012)

 

Matrimoni forzati

“In tutto il mondo i diritti delle donne vengono violati, specialmente quando le donne rifiutano l’imposizione di comportamenti e regole ingiusti, che non tengono conto della loro volontà. Una di queste violazioni riguarda proprio il diritto delle donne a scegliere se, quando e con chi sposarsi: a milioni di bambine e giovani donne è imposto di sposarsi contro la loro volontà. Molti Stati, per evitare la condanna internazionale rispetto al fenomeno delle spose bambine, hanno iniziato ad introdurre nelle proprie legislazioni il divieto di celebrare matrimoni precoci, tuttavia i matrimoni forzati trovano ancora legittimazione culturale e giuridica presso vari popoli e nazioni: questo rende difficile alle giovani donne sottrarsi a tali pratiche, anche quando si trovano in contesti di migrazione. I matrimoni precoci e i matrimoni forzati trovano profonde radici nelle disuguaglianze di genere, in quegli stereotipi e in quelle leggi che rispecchiano l’idea che la donna debba ricoprire un ruolo tradizionale nella società: il persistere dell’esistenza di queste pratiche è connesso al consenso legato al controllo sociale sul corpo e sulle scelte sessuali delle donne, ed ai conseguenti vantaggi di carattere politico ed economico che ne discendono”.
Associazione Trama di Terre, Onore e destino (2014)

 

Prostituzione

“La tratta inizia ad essere un tema di discussione ed interesse in Italia dagli anni Novanta, quando il fenomeno è principalmente caratterizzato dalle reti di criminali provenienti dalla Nigeria e dai Balcani, che reclutano ragazze per inserirle nello sfruttamento sessuale obbligandole a lavorare in strada. Le cause della tratta sono da ricercare nelle condizioni che caratterizzano i contesti dei Paesi di provenienza delle vittime (la povertà, la disoccupazione, la carenza di educazione e il mancato accesso alle risorse), in quanto il metodo di reclutamento delle persone da sfruttare si basa sulla promessa di un futuro migliore grazie al lavoro sicuro nel Paese straniero”.
Comune di Bologna, Tratta di esseri umani e prostituzione (2005)

 

“Turismo sessuale, un nuovo giro di affari in cui gruppi organizzati di uomini vengono portati nei paesi del Terzo Mondo per visitare bordelli creati apposta per loro, dove le donne spesso sono bambine [...]. Il turismo sessuale è stato suggerito come strategia di sviluppo dagli enti d'assistenza internazionali. L'industria del sesso è stata programmata e finanziata dalla Banca Mondiale, dal Fondo Monetario Internazionale degli Stati Uniti [...]. In alcune agenzie matrimoniali, in genere con sede in quella che era una volta la Germania dell'Est, vendono donne asiatiche o sudamericane come mogli, presentandole apertamente nella pubblicità come 'sottomesse’, non emancipate e docili. Queste industrie sono sostenute da una rete di organizzazioni turistiche internazionali, di catene alberghiere, di linee aeree, e dal loro apparato di supporto”.
Marilyn French, La guerra contro le donne (1992)

 

Femminicidio

“Femminicidio: ogni pratica sociale violenta fisicamente o psicologicamente, che attenta all’integrità, allo sviluppo psicofisico, alla salute, alla libertà o alla vita delle donne, col fine di annientare l’identità attraverso l’assoggettamento fisico o psicologico, fino alla sottomissione o alla morte della vittima nei casi peggiori” e ancora “violenza fisica, psicologica, economica, istituzionale, rivolta contro la donna - in quanto donna – perché non rispetta il ruolo sociale impostole”.
Barbara Spinelli, Femminicidio. Dalla denuncia sociale al riconoscimento giuridico internazionale (2008)

 

Violenza giudiziaria

"[Durante l’udienza] molto spesso la persona che ha perpetrato il crimine non si presenta. Al suo posto ci sono gli avvocati della difesa. E dunque il processo si focalizza tutto sulla testimonianza della donna, che da sola può portare all’incriminazione di suo marito. È un elemento positivo, però succede che proprio per questo la testimonianza della donna è sottoposta a un eccezionale fuoco incrociato che deve andare a definire la veridicità della sua testimonianza. […] Viene fuori che la parola della donna diventa il luogo, lo spazio sul quale si concentra il processo. Ma spesso c’è una sorta di spostamento, non solo su quello che lei dice, ma sulla sua credibilità: 'Tu che parli chi sei? Quanto sei affidabile? Qual è il tuo passato? Che tipo di relazioni avevi? Hai avuto dei figli con lui?'. […] Paradossalmente la donna diventa il soggetto che deve in qualche modo giustificare la sua testimonianza in una forma molto particolare, che sembra quasi una richiesta di confessione. Per esempio una domanda che ricorre costantemente è: 'Come è cominciato tutto? Qual è il motivo per cui ci sono state queste problematiche dentro la coppia? Per quale motivo?'. E la donna si trova a dover parlare per l’uomo che non è presente. La persona che testimonia diventa l’imputato".
Alessandra Gribaldo, Le vittime non sono perfette (2017)

 

"Ci si aspetta che la testimonianza della donna segua un certo codice emotivo. Un certo stile di comunicazione. La donna deve essere turbata, disperata. Deve avere un tono emotivo 'adeguato'. Questa è un’espressione che mi ha detto un giudice. Altrimenti diventa sospetta. C’è una costruzione delle figura della vittima molto stereotipata alla quale spesso le donne non si adeguano. Una è arrabbiata, un’altra non vuole parlare. Tutto ciò che non rientra nella costruzione della vittima, è problematico. La donna deve essere una vittima, non può rivendicare niente. Se la vittima denuncia e non rivendica nulla, quella è la vittima perfetta. Il problema è che le vittime, normalmente non sono perfette per niente".
Alessandra Gribaldo, Le vittime non sono perfette (2017)